Apre con la patria, e con la patria chiude. E' conciso il secondo messaggio augurale del presidente Carlo Azeglio Ciampi al paese, ed è tanto parco di contenuti da far pensare a uno stile adottato a bella posta. La situazione è tesa, non potrebbe non esserlo con le elezioni a un passo. E il capo dello stato fa il possibile per gettare acqua sul fuoco, per raffreddare il clima, anche a costo di dir poco e di affidarsi soprattutto alla retorica. Il cuore del discorso arriva poco prima della conclusione, preceduto una rapida rassegna delle poche occasioni in cui maggioranza e opposizione si sono trovate unite: la lotta alla criminalità, l'intervento nei Balcani (esaltato come "pacificazione di una regione vicina...possiamo esserne orgogliosi"). "Ciò che ci unisce - dice l'inquilino del Quirinale - è molto più di ciò che ci divide. Gioverà alla prossima campagna elettorale che tutti se ne ricordino. Saranno più fruttuosi e meno aspri i ncessari dibattiti. Gli elettori vogliono capire per chi e per che cosa votare; per capire hanno bisogno che tutti ragionino pacatamente. E non dimentichiamo gli effetti che la campagna elettorale ha sulla formazione democratica dei più giovani".
Tra le righe c'è un rimprovero e c'è una esortazione chiara a cambiare rotta. Non manca l'allarme per le conseguenze sui giovani di una propaganda tutta basata sulla delegittimazione dell'avversario, sul negarsi reciprocamente le credenziali democratiche. Ma è, appunto, un messaggio lasciato filtrare tra le righe, perché quel che sta a cuore a Ciampi non è la polemica ma il suo contrario, è l'esaltazione di quel che unisce o dovrebbe, secondo lui, unire. Delle imminenti elezioni aveva già parlato poco prima. Era partito dal caso degli Usa per lanciare quella che defnisice una "rinnovata sollecitazione": "Anche un solo voto conta. Debbo votare". Nulla di più. Le elezioni arriveranno "in primavera". Inutile chiedere quando, se all'inizio o alla fine. Meglio glissare. Sulle riforme, in particolare sulla legge elettorale, il presidente mantiene la stessa prudenza, si spinge fino a non nominarla neppure. Certo, non nasconde la delusione. Ricorda il suo primo discorso, dopo l'ascesa al Colle, quando segnalò la necessità di realizzare riforme in grado di garantoire la stabilità politica. Inscrive nella lista degli insuccessi il fatto che alcuni degli obiettivi da lui indicati allora siano "incompleti sul filo della legislatura che sta per terminare", e, forse, nella formula scelta trapela la speranza che ancora si faccia in tempo. Ma, anche qui, con la massima prudenza, perché anche la riforma elettorale è materia di scontro, è una delle mille tensioni esplicite o latenti che l'uomo del Colle si sforza di mitigare, fino al punto, a volte, di rimuoverle, negarle, esorcizzarle. Sugli immigrati, materia incandescente, non va oltre l'aupiscio a "facilitare il loro inserimento", al contempo reprimendo "le attività delittuose che trovano nell'immigrazione clandestina un terreno propizio". Sulla disoccupazione non azzarda di più: "Il 2000 è stato un anno buono per la nostra economia...Il tasso di disoccupazione è sceso. Ma ci sono ancora molti disoccupati nel Mezzogiorno...Dobbiamo capire meglio le ragioni di questa barriera, per ridurla e abbatterla".
Insistito, martellante, intriso di retorica patriottica, il richiamo all'"italianità", a quel senso di appartenenza nazionale a cui Ciampi si affida per unire e unificare, rivela in controluce una preoccupazione probabilmente ben più forte di quanto il presidente non voglia lasciar trasparire. L'understatement resta d'obbligo per partito preso, ma qui qualche tono allarmato filtra: "Siamo il paese delle 100 città. Nella nostra diversità c'è tutta la grandezza d'Italia. E' questa complessa realtà che rende necessario il federalismo solidale. Ma dobbiamo fare attenzione. Questo patrimoinio di civiltà...è insidiato da comportamenti che possono disgregare il tessuto morale della nazione. E' messo a rischio dall'uso di linguaggi intolleranti, indegni di un confronto democratico. E' minacciato da iniziative eversive, fino ad atti di terrorismo".
Qui, e solo qui, la preoccupazone di Ciampi trapela, ha la meglio sull'ottimismo programmatico, mette in forse il tono rassicurante dell'intero messaggio. Ma alla minaccia denunciata, Ciampi ha poco da opporre. Solo il richiamo all' "unità nazionale, fondata su ideali e valori condivisi", al "rispetto del primato della legge". Una sorta di "Viva l'Italia", più simile a un tentativo di esorcismo che all'indicazione di un rimedio.